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IL PIAVE MORMORAVA...
La triplice Alleanza-La guerra
Neutralisti e Interventisti
L'Italia era legata da un trattato di alleanza con l'Austria
e la Germania, la Triplice Alleanza, firmato
il 20 maggio 1882 da Umberto I, durante il governo della
Sinistra Storica, per uscire dall'isolamento; in un complesso
intreccio di politiche coloniali, che avevano visto la Francia
occupare anche la Tunisia, dove si erano trasferite molte famiglie
italiane, il patto, se da un lato poteva sembrare una scelta giustificata,
sollevò un'ondata di sdegno, perché implicava la
rinuncia ai territori del Trentino e dell'Istria, ancora occupati
dall'Austria.
Il Giolitti, capo del governo dal 1903 al marzo del 1914,
ristabilì i buoni rapporti con la Francia e trasformò
l'alleanza in patto puramente difensivo. Così,
quando l'Austria dichiarò guerra alla Serbia per l'assassinio
di Francesco Ferdinando a Sarajevo il 28 giugno 1914, l'Italia
poté mantenersi neutrale. Contro il conflitto era tutto
lo schieramento giolittiano (cattolici, socialisti, liberali).
che preferiva risolvere il problema delle terre irredente con
trattative diplomatiche, favorevole era invece il fronte degli
interventisti, una minoranza molto varia (nazionalisti
di estrema destra come D'Annunzio, irredentisti come Cesare Battisti,
democratici come Bissolati ed ex socialisti come Mussolini), ma
combattiva: organizzò infatti proteste e manifestazioni
(le radiose giornate di maggio).
Il governo Salandra si avvicinò alla Triplice Intesa e
nell'aprile del 1915 il ministro degli esteri Sonnino firmò
il patto di Londra: l'Italia, schierandosi con Francia,
Russia e Inghilterra, avrebbe ottenuto alla fine del conflitto
il Trentino, l'Istria, parte della Dalmazia e il Dodecanneso. |
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Triplice Alleanza:
Umberto I, Guglielmo I
e Francesco Giuseppe
Il fronte di guerra 1916-17
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Soldati in trincea

Il Piave in piena
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L'ITALIA ENTRA NEL CONFLITTO
Il 24 maggio 1915 la nazione entrò in guerra,
sollevando le sorti dell'Intesa: si aprì un fronte meridionale,
lungo circa 600 km, in cui i nostri soldati combattevano in
condizioni precarie e con scarsi mezzi. Ben presto gli eserciti
si attestarono su posizioni stabili e iniziò l'estenuante
guerra di trincea: circa 850.000 uomini, con poco più
di 2.000 pezzi d'artiglieria (quando ne sarebbero serviti almeno
9.000) e 600 mitragliatrici dovevano attaccare postazioni nemiche
spesso fortificate, sopraelevate e dotate di artiglieria pesante.
Nonostante tutto, le armate italiane seppero resistere a una
prima spedizione punitiva e nell'agosto del 1916 riuscirono
a conquistare Gorizia; le vicende belliche tuttavia non
erano favorevoli all'Intesa: sul fronte occidentale la battaglia
di Verdun era costata mezzo milione di morti, gli imperi
centrali sferrarono attacchi navali e avviarono la guerra sottomarina,
sul fronte orientale stavano cambiando le sorti del conflitto
per l'imminente rivoluzione russa.
RIFLESSI NELLA NOSTRA ZONA
Nel nostro territorio l'entrata in guerra produsse subito effetti
importanti: in ogni paese si costituirono comitati di solidarietà,
per aiutare i soldati al fronte; manifestazioni benefiche, raccolte,
donazioni, prestiti di guerra si moltiplicarono ovunque.
Il 1916 fu un anno molto difficile per l'area del medio Piave,
che pure non era ancora teatro bellico: durante l'estate si
abbatterono a più riprese sulle coltivazioni violente
grandinate, che danneggiarono buona parte dei raccolti. Altre
due gravi minacce incombevano: sui vigneti la diffusione della
fillossera, che intaccava dalle radici i vitigni, e l'afta
epizootica, diffusa soprattutto tra i bovini. Si pose parziale
rimedio grazie all'opera di un apposito consorzio istituito
a Soligo, per la distribuzione di viti resistenti al parassita,
e al rigido controllo delle stalle infette, per l'isolamento
del contagio. A colmare la misura, nel mese di novembre piogge
continuate e torrenziali produssero piene e allagamenti,
per lo straripamento di vari corsi d'acqua. Stava profilandosi
un periodo molto gramo per l'intera collettività.
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IL 1917
Il 1917 modificò le situazioni di guerra sui vari fronti:
gli attacchi sottomarini, culminati con l'affondamento del transatlantico
Lusitania indussero il presidente Wilson a intervenire
nell'aprile: nel giro di pochi mesi il massiccio invio di viveri
e lo sbarco di oltre un milione di uomini daranno un contributo
decisivo sul fronte occidentale. Diverse le vicende su quello
orientale, per la crisi irreversibile della Russia: le rivolte
produssero dapprima l'abdicazione dello zar Nicola II, poi il
rifiuto di continuare a combattere da parte dell'esercito, infine
la celebre rivoluzione d'ottobre e il definitivo
armistizio.
Le divisioni austro-tedesche, libere da opposizione a oriente,
si riversarono allora sul fronte meridionale; una seconda e più
potente spedizione punitiva produsse effetti catastrofici: sfondate
le linee del fronte a Caporetto nella notte tra il 23
e il 24 ottobre, le truppe nemiche travolsero la
seconda armata italiana, agli ordini di Badoglio, in meno di una
settimana rioccuparono il Friuli e dilagarono nella pianura veneta.
Nonostante il ripiegamento ordinato dal Carso della terza armata
e dalla Carnia della quarta, la situazione era disperata: gli
alti comandi, impreparati all'evenienza, per alcuni giorni tergiversarono;
finalmente il 4 novembre il generale Cadorna prese una
decisione risoluta: "Ci si ritira sul Piave".
Vennero sacrificati il Cadore, il Friuli, il Veneto orientale
e Belluno con una motivazione precisa: bisognava creare un fronte
ristretto, dal Grappa al mare, lungo il corso del nostro fiume.
La pontebbana divenne un fiume in piena di carriaggi, reduci dal
fronte, profughi ...
I centri attraversati subirono le devastazioni e i saccheggi dei
soldati, italiani e nemici, senza distinzione. Nei pressi di Oderzo,
grazie alla trovata ingegnosa di un sergente, che per primo piantò
lungo la strada un cartello con la scritta "battaglione
Bisagno", furono fissati vari punti di raccolta degli
sbandati. In breve 300.000 soldati si riorganizzarono, pronti
a nuove battaglie. Certo, le perdite erano impressionanti: 11.600
morti, 22.000 feriti, 260.000 prigionieri. L' 8 novembre il re
Vittorio Emanuele III decise di affidare il comando supremo
al generale Armando Diaz, esonerando il Cadorna. La sede
centrale delle operazioni militari diventò palazzo Dolfin
a Padova. |
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La ritirata dopo Caporetto

Cannone da 75 mod. 1911
usato sul fronte del Piave

Linee del fronte sul Piave:
foto aerea scattata dagli Austriaci
(proprietà dott. N.Spada)
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Aereo sulle linee nemiche

Gli arditi varcano il Piave
la notte del 26 ottobre 1918
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IL FRONTE DEL PIAVE
La mattina del 9 novembre le pattuglie italiane
di retroguardia attraversarono il Piave, nel pomeriggio giunsero
i primi drappelli nemici; la sera del 10 novembre venne
fatto saltare il ponte di Vidor, mentre i soldati ritardatari
raggiungevano la riva destra del Piave, inseguiti dalle avanguardie
nemiche. Cinque giorni dopo vennero chiamati alla leva i ragazzi
del '99. La nuova linea del fronte venne ben presto delineata
e fortificata: dal lago di Garda scorreva lungo la riva destra
del Brenta presso Valstagna, l'altopiano dei Sette Comuni (Asiago),
il monte Tomba, Crocetta del Montello e Nervesa.
Il corso del Piave era tagliato in due, come il nord d'Italia.
Sulla riva destra le nostre truppe potevano sfruttare le grotte
naturali e postazioni elevate delle colline, che permettevano
il controllo delle postazioni nemiche sulla sinistra. Il comando
austro-ungarico, constatata la distruzione dei ponti, comprese
che sarebbe stata un'impresa ardua varcare il Piave in piena,
così provvide a creare una linea difensiva. Appena la
situazione si stabilizzò, nei territori degli scontri
alla popolazione civile venne impartito l'ordine di sgomberare
il territorio: intere famiglie di profughi cercarono
rifugio soprattutto nei paesi del Friuli (Codroipo, Maiano,
Spilimbergo, S.Daniele, Maniago ...). Ai primi di dicembre giunsero
nuovi contingenti tedeschi, che organizzarono nei punti strategici
comandi militari, con il preciso intento di progettare una nuova
offensiva.
Intanto per i pochi rimasti si moltiplicavano le ordinanze di
sequestri, le requisizioni di grano, fieno, bestiame ... Le
scorte di cibo scarseggiavano e comunque erano riservate agli
invasori: il fantasma della fame ricompariva ancora una
volta. Vita molto difficile e rischio continuo di morte divennero
realtà quotidiane; in tanto sfacelo l'unico punto di
riferimento rimasero i parroci, che cercavano di tenere unito
il popolo e alto il morale. Il Piave diventò sempre più
spesso teatro di improvvisi attacchi, sortite, battaglie, ritirate
... Audaci piloti italiani, tra cui si segnalò il maggiore
Francesco Baracca (caduto sul Montello il 19 giugno, dopo
34 vittorie in duelli aerei), piombavano sulle truppe nemiche,
disseminando il panico con le loro mitragliatrici.
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IL 1918
La battaglia del Solstizio
L'industria italiana convertì la sua produzione: prima
della fine dell'anno furono costruiti 500 nuovi cannoni, altri
800 vennero forniti dagli alleati. Nel febbraio del 1918 l'esercito
disponeva di 5.000 bocche da fuoco. In 3.700 stabilimenti ausiliari
lavoravano 900.000 operai, di cui 200.000 erano donne e ragazzi:
si produssero 1.700 autocarri al mese, gli aeroplani (1.300
nel 1916) diventarono 6.500. Migliorarono le condizioni dei
soldati al fronte, furono assegnate regolari licenze, venne
assicurata la presenza della Croce Rossa nei punti nevralgici
del fronte. All'inizio dell'estate gli imperi centrali prepararono
l'attacco ritenuto decisivo, ma sottovalutarono la nuova realtà
militare italiana: erano cambiati i vertici, era diverso lo
spirito della truppa, era più consistente l'apparato
bellico, erano favorevoli le postazioni lungo la linea del fronte.
L'operazione valanga iniziò il 13 giugno con un
attacco sul Tonale, per attirare parte delle truppe dislocate
in pianura, ma senza successo; due giorni dopo, dal 15 al
24 giugno tra Astico e Brenta, sul Grappa e lungo il
Piave, specie nell'area del Montello, si scatenò un vero
inferno. La durissima battaglia del Solstizio mutò
le sorti della guerra: tra le armate italiane caddero 44.000
uomini e altri 43.000 furono fatti prigionieri, ma nelle divisioni
austro-tedesche furono 93.000 i morti e 24.000 i prigionieri.
I nostri soldati compresero di poter aver partita vinta e prepararono
la riscossa. Attraverso i raid aerei e dai punti d'osservazione
strategici si individuarono i punti deboli dello schieramento
nemico; si preparò minuziosamente la riscossa, che doveva
scattare giusto un anno dopo la disfatta di Caporetto.
L'ATTACCO DECISIVO
Già nei giorni precedenti erano state sganciate
dal Montello granate contro le postazioni della sinistra Piave,
ma il vero attacco iniziò nella notte del 26 ottobre:
verso le due un furioso bombardamento si abbatté sui
resti dei paesi di Moriago, Mosnigo, Sernaglia, Fontigo, Falzé,
Pieve ...
Prima dell'alba gli arditi riuscirono ad attraversare il Piave
nelle grave di Moriago: oggi quell'area è
denominata Isola dei Morti ed è diventata un'oasi
naturalistica, al cui centro sorge una Chiesetta dedicata alla
Madonna del Piave, opera dell'architetto Alpago Novello, a ricordo
del sacrificio dei ragazzi del '99, presso il cippo che commemora
tutti i caduti della Grande Guerra. Le truppe nemiche, ormai
incapaci di opporre resistenza, batterono in ritirata, lasciando
campo libero ai soldati italiani, che il 28 ottobre completarono
il trasferimento delle artiglierie sulla sponda sinistra e in
breve giunsero a Vittorio Veneto. L'Austria fu costretta a chiedere
l'armistizio, firmato a Villa Giusti il 3 novembre
ed entrato in vigore il giorno seguente.
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La chiesetta dell'Isola dei Morti

Sul Piave infuria la battaglia

Cippo dell'Isola dei Morti a
Moriago della Battaglia
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Foto del centro di Nervesa distrutta(archivio fot. storico provincia
di Treviso)

Piazza San Rocco di Sernaglia
alla fine del conflitto
Referenze fotografiche
Da "Fare storia"(La Nuova Italia): Triplice Alleanza,
Il fronte di guerra. Da "Storia"(Archimede): La ritirata
di Caporetto. Da "Orientarsi nella nuova storia" (Sansoni):
Aereo sulle linee nemiche. Da "I giorni le opere"
(Bulgarini): Gli arditi varcano il Piave. Da "La Storia
e noi" (SEI): Battaglia sul Piave. Da"La nostra Guerra"
Ed. Gazzettino: Soldati in trincea, Bombardamenti sul Montello.
Da "Gli anni della Grande Guerra nel Quartier del Piave"(Dall'Anese
-Martorel): Linee del fronte sul Piave, Piazza S.Rocco a Sernaglia.
AFSPTV: Centro di Nervesa distrutta. L.Giotto: Piave in piena.
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IL TRAGICO DOPOGUERRA
Chiuso il conflitto, dopo la giustificata euforia della
vittoria, si aprì il tempo dei bilanci, che apparvero
subito catastrofici: circa 680.000 i morti (nel
computo dei 10 milioni complessivi di vittime),
incalcolabile il numero dei feriti, dei mutilati, degli sfollati,
dei senza tetto. Ai danni fisici si dovevano aggiungere quelli
morali: tre anni e mezzo di guerra avevano lasciato segni indelebili
nei reduci dalle esperienze di trincea così come nei
civili, che nell'anno di dominazione straniera avevano provato
sofferenze inenarrabili. In ogni caso ci fu un lento ritorno
alla normalità, nel senso che ciascuno, appena se ne
prospettava la possibilità, tornava al paese, in cerca
di una casa quasi sempre distrutta o irreparabilmente danneggiata;
si trovava senza mezzi, senza cibo, senza medicinali.
LA DIFFICILE RIPRESA
Ben presto il malcontento era cresciuto, anche perché
le promesse fatte dal governo quasi mai venivano mantenute:
le derrate di viveri erano insufficienti, le distribuzioni di
generi di prima necessità erano disordinate e non sempre
eque; le ventilate promesse di compensi erano rimaste tali.
Il lavoro non c'era, in quanto gli stabilimenti adibiti alla
produzione di armi erano stati chiusi e non erano previsti finanziamenti
per una riconversione industriale funzionale alla ricostruzione.
Le poche fabbriche aperte non garantivano salari adeguati; mentre
le paghe restavano uguali al periodo anteguerra, il costo della
vita era triplicato. Già nel 1919 erano due
milioni i disoccupati. Quasi tutta la popolazione viveva
in una condizione di estrema miseria o di povertà; solo
alcuni speculatori erano arricchiti, acquistando o vendendo
senza scrupoli in un periodo di assoluta congiuntura economica.
E' piuttosto ricca la documentazione lasciata dai nostri vecchi
sul triste periodo della guerra: spesso si tratta di annotazioni
brevi ed efficaci, contenute in diari scritti da soldati e civili;
alcuni sono stati pubblicati ed hanno permesso alle nuove generazioni
di conoscere meglio le esperienze vissute dai nonni. Anche noi
ci proponiamo di presentarne nel prossimo futuro, se interessanti,
nella rubrica "Testimonianze".
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INIZIATIVA COFINANZIATA
DALL'UNIONE EUROPEA PROGRAMMA L E A D E R I I - FONDO
FESR - SUBAZIONE 1.B REGIONE VENETO - PROVINCIA DI TREVISO
G.A.L. 4 - GRUPPO DI AZIONE LOCALE "PIANURA E COLLINA
TREVISO: DESTRA PIAVE" - FARRA DI SOLIGO (TV) |
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| ©2004 - COMUNE DI FARRA DI SOLIGO e G.A.L. 4 |
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