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VITA E CONDIZIONI
ECONOMICHE
Nei secoli scorsi il territorio della Marca mantenne a lungo le
proprie caratteristiche: potevano cambiare le situazioni politiche,
dalla giurisdizione feudale al controllo del Comune di Treviso
o alla successiva espansione della Serenissima, ma la vita quotidiana
scorreva all'insegna della continuità, così come
le attività e le condizioni economiche restarono inalterate
di generazione in generazione. Allora per la maggior parte delle
persone l'esistenza era difficile fin dalla nascita: elevata risultava
la mortalità infantile, pressoché inesistente l'istruzione,
modesto il reddito della famiglia, scarsa e incompleta l'alimentazione.
Il matrimonio tardivo serviva a limitare le nascite, comunque
piuttosto numerose: un nucleo familiare variava mediamente da
cinque a sette membri, nella seconda metà del Cinquecento.
La morte giungeva precoce, anche perché le epidemie, specie
la peste, si ripetevano una o più volte nell'arco di un
secolo. Oltre a ciò si aggiungevano altri gravi problemi
per le famiglie povere del tempo: il carico fiscale, sempre oneroso,
la mancanza di sicurezza e la delinquenza, assai diffusa, nonostante
la severità delle pene.
ATTIVITA' E PROFESSIONI
Produzione di lana-Produzione di seta
Il lavoro era legato all'agricoltura, ma i terreni
non erano sfruttati adeguatamente; solo a partire dal Cinquecento
aumenta l'interesse dei privati, in particolare di cittadini trevigiani
e veneziani, verso la terra. Prese avvio allora il graduale sviluppo
della zona: furono dissodate intere zone, divennero più
abbondanti e vari i prodotti, nacquero nuove attività,
che affiancarono quelle tradizionali. L'artigianato era
già piuttosto vivace: fabbri, calzolai, tessitori e mugnai
operavano in tutto il territorio, l'abbondanza d'acque favoriva
lo sviluppo di mulini, segherie e folloni.
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Vecchia casa colonica
dell'alta pianura: abitazione
con ritonda, portico e granaio
MULINO AD ACQUA
(illustrazione di V.Zonca, 1607)
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FOLLONE DA LANA (illustrazione
di V.Zonca, 1607)

Attrezzi molto usati
nell'agricoltura locale
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Al riguardo, un'interessante evoluzione si verificò verso
la fine del Seicento, con lo sviluppo del settore laniero
in tutta l'area pedemontana; a Pieve di Soligo l'attività
manifatturiera subì un forte impulso per opera di Giambattista
Ciassi, che introdusse il sistema di lavorazione della lana
all'olandese: la tessitura dei panni era molto più
leggera e morbida, quindi molto richiesta dal mercato.
La produzione si estese in tutta l'area; il centro più
florido era da tempo Follina: nei pressi della celebre
abbazia operavano folte maestranze, la cui abilità attirava
mercanti di ogni luogo.
Dopo il 1730 a Pieve le imprese dei pannilani lasciarono il
posto a quelle della seta. Sofisticate tecniche di lavorazione,
apprese dagli artigiani bolognesi, favorirono lo nascita della
nuova manifattura: figura di spicco nel settore fu dal 1835
l'imprenditore Girolamo Maria Balbi , la cui famiglia
operava nel settore agrario già dal Seicento. Lasciata
Venezia per la campagna, i Balbi divennero sempre più
ricchi, grazie pure a una fortunata serie di matrimoni (da cui
deriva l'aggiunta del cognome Valier), e con le loro opere diedero
una precisa fisionomia a Pieve di Soligo. Nella seconda metà
del secolo il figlio Marco Giulio, sindaco dal 1872,
si distinse come persona devota e benefattrice, costruendo,
tra l'altro, un ospedale per la gente povera e, nel 1883, il
Collegio Vescovile; i suoi discendenti, depositari di ingenti
proprietà agrarie, si confermarono generosi nei confronti
dei propri dipendenti contadini e fondarono varie istituzioni
benefiche o religiose.
La famiglia degli Schiratti, originaria di Valdobbiadene,
contribuì ugualmente allo sviluppo di Pieve, grazie all'opera
di Antonio, farmacista, deputato per oltre tre decenni,
dal 1840 al 1872, e consigliere provinciale: il centro fu ristrutturato
e abbellito di palazzi, si edificarono le scuole elementari,
fu istituito un regolare servizio di posta e cominciò
a funzionare il telegrafo. Al figlio Gaetano si deve
lo sviluppo della Latteria Sociale e la fondazione della Banca
Mutua di Pieve.
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GLI OPIFICI
Gli opifici erano distribuiti lungo tutto il corso della
Piave: ad esempio, sulla riva destra erano stati costruiti importanti
canali come la Piavesella, che garantivano l'irrigazione delle
terre coltivate e soprattutto fornivano energia a numerose ruote
ad acqua. Già nel 1768 lungo il canale di Nervesa si
contavano 26 opifici molto attivi. Un'altra attività
connessa alle acque della Piave era da sempre quella dei trasporti
su zattere di vari materiali, dal legname ai minerali e
agli stracci, che venivano pestati da un maglio e lasciati macerare
nelle cartiere. La produzione della carta aumentò
dal Seicento per l'influsso dell'arte della stampa, molto diffusa
a Venezia: così Bernardo Giustinian nel 1678 chiede di
"poter fabbricar un edificio da carta strazza"
lungo la Piavesella di Nervesa, dove già esistevano
abili mastri cartai.
L'AGRICOLTURA
Nel Settecento la piccola proprietà agricola era diffusa
nell'intero territorio, ma non garantiva buoni guadagni per
l'eccessivo frazionamento, dovuto a criteri di equità
ereditaria, e per l'arretratezza delle tecniche produttive.
Così molti contadini, oppressi dai debiti, furono costretti
a vendere alle famiglie facoltose, come i già citati
Balbi Valier: divenne allora comune la mezzadria,
che garantiva un tenore di vita più vantaggioso. I ricchi
proprietari locali si dimostrarono interessati alle innovazioni
e sensibili ai bisogni dei dipendenti, in cambio della loro
completa disponibilità; introdussero nuove tecnologie
e colture più redditizie, diedero ampio impulso all'edilizia
colonica, costruendo nelle vaste tenute complessi abitativi
funzionali ed eleganti, che si possono ammirare ancora oggi
soprattutto nell'area dell'alta pianura.
Il frumento, il granoturco e il sorgo erano coltivati ovunque,
la bachicoltura, legata alla diffusione del gelso, la viticoltura
e l'allevamento del bestiame sia da stalla che da cortile integravano
il reddito agricolo, rendendolo decoroso; nel contesto di un'economia
ancora chiusa la casa colonica produceva il necessario per il
fabbisogno dei suoi abitanti: carne, formaggio, latte, uova,
insaccati, cereali, legumi e ortaggi. Se si importava il sale,
si esportavano vino e panni.
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Gelso e bachicoltura
xilografie di Loris Giotto

Il grano e il pane
xilografie di Loris Giotto

Trebbiatrice azionata da
animali
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Lavori comuni nel territorio:
aratura e macinazione
xilografie di Loris Giotto

Il granoturco e la polenta
xilografie di Loris Giotto

Emigranti in attesa d'imbarco
(da La Domenica del Corriere)
Referenze fotografiche
Da "La Pieve di Soligo e la
Gastaldia di Solighetto":Mulino ad
acqua e Follone da lana
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L'OTTOCENTO ED I MUTAMENTI POLITICI
L'emigrazione
Dopo il 1797, quando il territorio passò sotto
la dominazione austriaca; saccheggi e nuovi assetti politico-amministrativi
peggiorarono la realtà economica, frequenti epidemie,
la diffusione della pellagra (per un'alimentazione carente,
troppo spesso limitata alla polenta) e alcune inondazioni della
Piave resero più gravose le condizioni di vita delle
collettività.
Nel 1866, per effetto della terza guerra d'indipendenza, il
territorio fu annesso al Regno d'Italia; l'anno seguente Garibaldi
tenne un discorso dal balcone del palazzo Balbi Valier di Pieve
di Soligo. Ancora una volta i cambiamenti epocali non modificano
la realtà locale, anzi la crisi economica si fece più
acuta: la concorrenza straniera nella produzione dei tessuti
e i nuovi processi industriali, altrove ben avviati, fecero
tramontare molte attività artigianali.
Dal 1876 iniziò a comparire anche nell'area del medio
corso della Piave il noto fenomeno dell'emigrazione,
che spinse molti giovani a cercar fortuna in Europa e nel nuovo
continente.
Quasi tutti i centri subirono un consistente decremento della
popolazione: numerose famiglie decisero di varcare l'oceano,
per raggiungere l'America anglosassone, ma più spesso
quella latina, l'Argentina in particolare, perché presentava
caratteristiche climatiche favorevoli e buone prospettive economiche
con le sue notevoli risorse. In tali casi difficilmente era
previsto il ritorno al paese natale: troppo grandi le distanze,
elevati i costi e i rischi dell'attraversata, limitati i legami
di parentela rimasti in Italia.
I giovani che partivano soli, lasciando fidanzate o mogli al
paese, sceglievano invece mete vicine, spesso le nazioni europee
più industrializzate, ricche di materie prime o di capitali:
il Belgio, la Francia, la Germania, la Svizzera... Abitavano
in baracche a gruppi; nei cantieri, negli altiforni o nelle
gallerie svolgevano lavori pesanti e rischiosi, con contratti
annuali o stagionali. Affrontavano i sacrifici quotidiani animati
dal preciso intento di tornare prima o poi al paese, per avviare
un'attività in proprio e per costruire, con parte dei
guadagni, una nuova casa. Un tale fenomeno non poteva non produrre
benefiche conseguenze sull'economia locale, già avvertibili
nei primi decenni del Novecento; purtroppo incombeva minaccioso
all'orizzonte lo spettro della prima guerra mondiale, con i
suoi molteplici danni e le sue distruzioni.
Gli eventi bellici, specie dopo la disfatta di Caporetto, provocarono
danni e distruzioni incalcolabili lungo tutto il corso della
Piave; le famiglie subirono gravi lutti, gli abitanti, rimasti
senza casa e lavoro, furono costretti a cercar riparo altrove.
Chi riuscì a sopravvivere come profugo, appena si chiuse
il conflitto, cercò di tornare, trovando rovine e miseria.
Per avviare la ricostruzione, diventerà inevitabile una
nuova, massiccia, ondata di emigrazione; ben presto cambierà
lo scenario, cambieranno le usanze, le mode e i linguaggi: così
anche la Piave diventerà il Piave.
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INIZIATIVA COFINANZIATA
DALL'UNIONE EUROPEA PROGRAMMA L E A D E R I I - FONDO
FESR - SUBAZIONE 1.B REGIONE VENETO - PROVINCIA DI TREVISO
G.A.L. 4 - GRUPPO DI AZIONE LOCALE "PIANURA E COLLINA
TREVISO: DESTRA PIAVE" - FARRA DI SOLIGO (TV) |
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| ©2004 - COMUNE DI FARRA DI SOLIGO e G.A.L. 4 |
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