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L'ALLEANZA CON ROMA
I nostri antenati conducevano solitamente una vita laboriosa e tranquilla: dalle testimonianze degli storici non risulta infatti che siano stati coinvolti in lunghe guerre o sanguinose battaglie. Al contrario, lungo i confini erano stanziate varie popolazioni galliche, spesso inquiete e bellicose. La loro vicinanza doveva costituire un costante pericolo per i vari centri, anche per i più floridi, come Este o Padova, perciò quando si presentò l'occasione di fare un'alleanza con la potente città di Roma, i Paleoveneti non esitarono a entrare nella sfera d'influenza della città eterna. Già nei sanguinosi scontri tra Galli e Romani i Veneti si erano mantenuti neutrali, quando Annibale scese nella pianura padana, rimasero fedeli a Roma nella ribellione generale. Nel secondo secolo, quindi, i rapporti tra le due popolazioni erano decisamente buoni.

L'INFLUSSO ROMANO

Lo storico Livio narra che il senato nel 173 a.C. invia a Padova un console per sedare dei tumulti, trovandovi deferenza e amicizia. Lo stesso clima trovano pure due proconsoli a Este nel 141 e nel 135 a.C., quando sono chiamati per dirimere controversie di confini. Alla fine del II secolo la presenza e l'autorità di Roma si estendono a tutta la regione.
 

Le vie romane nel nostro territorio:
Claudia Augusta Altinate e Postumia






Lastricato di via romana



Ponte Romano sulla via Claudia
Augusta Altinate







Tomba della necropoli
romana a Vidor
 

I Veneti furono considerati alleati e vennero trattati amichevolmente, ma è indubbio che la penetrazione romana determinò radicali mutamenti nell'intera Venetia : in primo luogo furono riorganizzati territori e tracciati confini definiti, come testimonia l'opera di centuriazione. Secondariamente furono tracciate importanti strade, come la Postumia che già nel 148 a.C. attraversava tutta la pianura padana, giungendo fino ad Aquileia.

Durante il I secolo a.C. nel nostro territorio nacquero importanti municipi romani, come Asolo e Oderzo, ma l'opera più significativa fu completata nel I secolo d.C., con il tracciato della via Claudia Augusta Altinate, che univa Altino al Danubio; nella nostra zona attraversava il Piave presso Ponte della Priula, in località Mercatelli, congiungendosi con il tratto stradale proveniente da Oderzo. Dei diversi ponti ne rimane intatto solo uno, tra Colfosco e Falzé di Piave, nei pressi di Villa Jacur. All'altezza della chiesetta di S. Anna piegava verso est, seguendo la riva sinistra della Piave e toccando Moriago, Vidor, Valdobbiadene, la probabile stazione ad cerasias, e Feltre, per giungere a Trento

Nel secolo seguente la sinistra Piave e le zone collinari tornarono ad essere popolate: tombe a inumazione risalenti a tale periodo, coperte da lastroni di pietra, sono state rinvenute in varie località, in particolare a Pieve di Soligo, tra Falzé e Sernaglia, a Moriago, in località Campo di Feltre; una piccola necropoli è venuta alla luce nel 1986 in Piazza Maggiore a Vidor. Un anno prima a Nervesa, in zona S. Andrea erano stati individuati i resti di una necropoli, danneggiata dalla Grande Guerra, situata in prossimità della Claudia Augusta Altinate. Tombe sono state trovate in varie occasioni a Volpago del Montello e soprattutto a San Zenone degli Ezzelini, con interessanti iscrizioni funerarie e onorarie.


INVASIONI BARBARICHE

Le testimonianze a nostra disposizione documentano quindi, più che l'esistenza di consistenti insediamenti, la presenza di piccoli nuclei abitativi lungo il tracciato dell'importante via romana e qualche traccia di centuriazione nelle campagne a sud di Moriago. La crisi dell'impero romano d'occidente e le invasioni barbariche aprirono un periodo di profonda crisi anche per il nostro territorio. A partire dal V secolo le popolazioni venete abbandonarono le pianure coltivate e le zone collinari, per trovare rifugio nelle isole della laguna, dove fondarono Venezia: la Serenissima fu protagonista della storia e patria di abili mercanti, che avviarono commerci in tutto il bacino del Mediterraneo per secoli, restando indipendente fino al 1789, quando fu ceduta da Napoleone all'Austria con il trattato di Campoformio.

MEDIOEVO:
L'EPOCA LONGOBARDA

Dal 568 la pianura padana fu invasa dai Longobardi, che si stanziarono gradualmente nella nostra fascia prealpina e collinare: iniziò così l'epoca medievale, che determinò profondi mutamenti culturali, sociali ed economici. Finì l'epoca di libertà e i cittadini divennero schiavi dei nuovi dominatori, abili guerrieri. Si costituì una società piramidale, al cui vertice si collocavano i duchi, da cui dipendevano vari gastaldi, i signori locali; un ruolo importante giocavano gli armani (da cui il diffuso cognome degli Arman a Col San Martino), voce contratta di arimanni, cioè "uomini liberi, aventi diritto a portare armi". Alla base erano confinati gli aldii, cioè i sudditi indigeni, costretti a fornire servigi e a operare nella wizza, la proprietà comune di boschi, prati, pascoli ..., che diede origine al cognome Guizzo, ancora molto diffuso a Col San Martino.

Gli insediamenti longobardi nella sinistra Piave furono piuttosto numerosi, come testimoniano i toponimi, specialmente fara e pieve: il primo indicava nel suo significato originario il gruppo parentale, ma pure le suddivisioni del popolo in armi e, con l'andar del tempo, designò le stesse zone occupate dalle tribù longobarde; il secondo, di chiara derivazione latina, plebs, era riferito alle comunità religiose locali, che si riunivano intorno alle chiese di campagna, lontano dai centri fortificati dei Longobardi, che praticavano culti ancora pagani. Nel Quartier del Piave meritano una citazione diversi centri, la cui nomenclatura non lascia dubbi circa l'origine: Farra di Soligo, Farrò di Follina, Farra di Valdobbiadene e Pieve di Soligo. In particolare nella tenuta dei conti Bevacqua a Monchera di Farra di Soligo, nel corso di alcuni lavori agricoli di scavo effettuati nel primo dopoguerra, vennero alla luce ossa umane di insolita grandezza, insieme ad armature che non lasciavano dubbi sulla loro origine; si trattava di un sepolcreto longobardo, risalente al VII sec. d.C.. Questi resti furono poi inumati in una fossa tra due cipressi, ancora visibili, in prossimità di un pozzo. Insieme alle ossa dei guerrieri furono trovati: resti di umboni di scudo, cinque spathe, lunghe circa 90 cm. e larghe 5, oltre a due cuspidi di lancia a forma di foglia d'alloro, della lunghezza di 29 cm. Nelle vicinanze fu rinvenuta pure un'antica macina.
 



Cimitero Longobardo
(località Monchera, Farra)









DUE SPATHE E PUNTA DI LANCIA, rinvenute nel sepolcreto longobardo di Farra (VII sec. d.C.)



Antica macina di epoca longobarda
(Farra di Soligo)




Castello di Soligo (ricostruzione)




Le Torri di Credazzo
(Farra di Soligo)




La Torre di Collalto,
resto dell'antico castello
 

L'EPOCA CAROLINGIA
Nel 774 Carlo Magno vinse i Longobardi e diede una nuova organizzazione ai nostro territorio, compreso nelle conquiste del Sacro Romano Impero. Tutta l'area orientale divenne la Marca del Friuli, perché zona di confine. Treviso divenne sede di una contea; l'imperatore nominò nell' 801 conti della città dei nobili di origine longobarda, quei Collalto che poi tanta parte ebbero nella nostra storia locale.

IL SISTEMA FEUDALE
Dopo la sua morte (814 d.C.) i successori non dimostrarono la stessa autorevolezza e ben presto l'impero si disgregò; nell'ambito della marca orientale i vari conti si resero indipendenti sia dal potere centrale che da Berengario, marchese del Friuli, che rinunciò al controllo del Veneto. Ben presto Treviso iniziò a chiamare Marca il suo territorio, che nei secoli successivi videro l'affermazione di importanti famiglie signorili, investite del beneficio di vaste proprietà dal regnante di turno: si diffuse così il sistema feudale, che tanta importanza ebbe nella storia locale.

Si trattava di un'organizzazione piramidale, al cui vertice si trovava il sovrano, che, preso da mille problemi , non riusciva ad amministrare direttamente un vastissimo territorio e perciò si circondava di numerosi vassalli, da cui dipendevano spesso altri signori, i valvassori e, ancor più in basso, i valvassini, per la gestione delle zone periferiche, con le fitte comunità agricole distribuite nella pianura e nelle zone collinari. Ciascun nobile, in cambio del beneficio, era originariamente vincolato da un giuramento di sottomissione e di fedeltà al suo diretto superiore, ma ben presto cercò di ottenere la più ampia autonomia: così dapprima i grandi vassalli e più tardi i piccoli feudatari riuscirono a svincolarsi dal controllo centrale; oltre a sfruttare le loro proprietà fondiarie, che spesso si estendevano a perdita d'occhio, godevano delle immunità, cioè riscuotevano le imposte, esercitavano la giustizia e chiamavano i loro sudditi alle armi sia per difendere che per offendere.

Lungo il territorio della Piave e le dorsali collinari a partire dal X secolo si stanziarono potenti famiglie, che costruirono castelli e abitazioni fortificate, per controllare gli accessi da nord e contrastare soprattutto le periodiche incursioni degli Ungari. Alla Contea di Ceneda appartenevano il feudo di Valmareno e di Solighetto; nel 962 il fondatore del Sacro Romano Impero Germanico Ottone I assegnò a Sicardo, vescovo cenedese, vari possessi, tra cui quello di Soligo. Credazzo, Col San Martino, Vidor, retto dai conti omonimi, Colbertaldo, amministrato dalla potente famiglia dei Bertaldo, Mosnigo, Moriago e Sernaglia erano altri importanti feudi compresi nell'area tra il Soligo e la Piave.



DA CAMINO E COLLALTO
I vescovi-conti di Ceneda affidarono l'esercizio del governo temporale ai conti Da Camino, che nel 1154 ricevettero l'investitura di tutta la Valmareno, dominando una vastissima area, da Serravalle alla sinistra Piave. La parte rimanente del nostro territorio era già possesso dei conti di Treviso, che avevano provveduto a costruire nel 1110 un castello a Collalto, località che poi diede il nome alla famiglia: oggi tra le sue rovine spicca una maestosa torre. Due secoli dopo Rambaldo VIII di Collalto completò il celebre castello di S. Salvatore a Susegana, sul colle ricevuto dal comune di Treviso nel 1245 per meriti militari.

Castellum
significa "piccolo accampamento, luogo fortificato": è quindi l'emblema di un'epoca di insicurezza, di lotte e di conquiste. La parte padronale del feudo, nel nostro territorio, era solitamente la collina: in posizione soprelevata sorgeva la rude residenza del signore, protetta da una (o più) robusta cerchia di mura merlate, atte alla difesa; varie torri di guardia, dislocate nei punti strategici, vigilavano sulla pianura sottostante. Il castello ospitava la famiglia del proprietario, la sua servitù e le guarnigioni dei soldati; era fornito di pozzi e di cisterne d'acqua, oltre che di scorte di viveri, per poter resistere a lungo, in caso d'assedio. Dedito alla vita in armi, il feudatario partecipava a tornei e guidava in battaglia le sue milizie, soldati di professione e sudditi arruolati, in battaglia; nei periodi di pace con il suo seguito si dedicava alle battute di caccia nei boschi vicini.Giù in pianura, oltre un corso d'acqua (nel nostro caso poteva essere il Soligo) si stendeva la parte coltivata dai coloni, che abitavano nelle casupole dei villaggi. Nel contesto di un'economia chiusa, le comunità dovevano essere autosufficienti e producevano quanto era indispensabile per la sopravvivenza: allevavano vari tipi di animali, dai polli ai maiali, coltivavano cereali e ortaggi, lavoravano lane e tessuti, costruivano abitazioni e utensili vari. Si importavano solo alcune merci, come il sale, indispensabile per la conservazione delle carni, e il ferro, necessario per forgiare armi e attrezzi da lavoro. Dura era la condizione dei villani: spesso ridotti alla condizione di servi della gleba, in quanto potevano essere venduti insieme alle terre che lavoravano, avevano solo doveri nei confronti del loro signore, a cui pagavano tasse di ogni genere, dal pedaggio al maritaggio; nelle pause dei lavori agricoli erano tenuti a prestazioni d'opera gratuite, le corvées, per garantire l'efficienza delle vie di comunicazione e delle strutture del castello, in cui trovavano riparo in caso di invasione nemica: tristemente famose erano le periodiche calate degli Ungari nelle nostre vallate.

 





Castello di San Salvatore
(litografia di G.Voltan)







Antico Oratorio Caminese di
S. Maria Nova a Soligo







Castello di San Salvatore,
residenza dei Conti Collalto




L'antichissima Pieve
di S.Pietro di Feletto





Abbazia di Follina



















Referenze fotografiche

Club Fotografica Pieve di Soligo: Pieve di S. Pietro di Feletto.

Mario Vidor: Cimitero longobardo, Spathe e lancia, Antica macina.

Da "Due villaggi della collina trevigiana Vidor e Colbertaldo":Tomba necropoli romana

 

LA VITA RELIGIOSA

Altri punti di riferimento fondamentali nella vita dei nostri antenati furono le abbazie e le chiese: l'opera di evangelizzazione era iniziata nel tardo impero, partendo con ogni probabilità da alcuni centri religiosi, come Oderzo, sede vescovile fino al VII secolo, quando fu distrutta dai Longobardi, e in seguito Ceneda, che ne raccolse l'eredità, come testimonia la traslazione delle reliquie di S. Tiziano, già vescovo opitergino e ancor oggi patrono della diocesi vittoriese. La conversione delle comunità rurali comportò la creazione di pievi in tutta l'area pedemontana: l' ecclesia plebis era l'edificio sacro dove si somministrava il battesimo e si raccoglieva il gregge dei fedeli per le pratiche religiose. Pievi molto antiche, anteriori al Mille, furono quelle di Santa Maria, sorte a Pieve e a Sernaglia. La più celebre nel territorio fu la Pieve di San Pietro di Feletto, esistente già in epoca longobarda.

Dopo il Mille la pianura fu ripopolata e le terre furono nuovamente dissodate, dopo il periodo di abbandono dovuto alle invasioni barbariche; un contributo notevole diedero le comunità di monaci, che si insediarono nel nostro territorio. Nella prima metà del secolo XI sorse nella selva del Montello, presso Nervesa, il monastero benedettino di S. Eustachio, grazie alla donazione di terre da parte del conte Rambaldo III di Collalto e di sua madre Gisla: nel 1062 il papa Alessandro II provvedeva a metterlo sotto la protezione apostolica romana. Nel 1107 per volontà dei signori da Vidor Giovanni Gravone e il figlio Valfardo sorse l'abbazia di S. Bona, che ospitò monaci benedettini di Pomposa: primo abate fu Arpone, divenuto anche vescovo di Feltre. Nel due secoli successivi l'abbazia acquistò notevole prestigio, poi entrò in una fase di involuzione e di corruzione, che ne segnò il declino nel XV secolo.

La testimonianza più importante della presenza di comunità religiose nel Quartier del Piave è sicuramente il complesso di Follina: al 1146 risale l'arrivo dei monaci cistercensi nel territorio che chiamarono Sanavalle. A quel tempo viveva la nobile Sofia di Colfosco, moglie di Guecellone da Camino, che nel 1170 offrì terre, beni e chiese, tra cui S. Giustina di Serravalle, all'ordine di San Bernardo: in breve i monaci divennero protagonisti della storia locale, contribuendo a riportare attività e benessere nella fascia pedemontana. Agli inizi del Trecento sorse la splendida basilica dedicata a Santa Maria, mentre il celebre chiostro è più antico: infatti risale al 1268, legato a una precedente costruzione.

Le dimostrazioni del fervore religioso non si limitano ai soli capolavori architettonici, ma si estendono anche a nomi di personaggi celebri, che dedicarono la loro vita al servizio divino: è il caso della beata Giuliana da Collalto, figlia di Rambaldo VI, che nel 1196, a soli dieci anni, entrò nel monastero benedettino di Santa Margherita, presso Este, e ne fondò uno nel 1226 a Venezia, dove trascorse la sua vita come badessa fino al 1262, esempio per molte giovani nobili del tempo
INIZIATIVA COFINANZIATA DALL'UNIONE EUROPEA
PROGRAMMA L E A D E R I I - FONDO FESR - SUBAZIONE 1.B
REGIONE VENETO - PROVINCIA DI TREVISO
G.A.L. 4 - GRUPPO DI AZIONE LOCALE
"PIANURA E COLLINA TREVISO: DESTRA PIAVE" - FARRA DI SOLIGO (TV)
©2004 - COMUNE DI FARRA DI SOLIGO e G.A.L. 4